ti odio al contrario

Era rannicchiata in un angolo di quell’enorme letto vuoto; nel buio stringeva le ginocchia al petto e i denti così forte da far male. Cercava di tenere quei tanti piccoli pezzi di cuore tutti insieme, cercava di non annegare nelle lacrime, di non soffocare in quel dolore che le toglieva il fiato. Era come paralizzata, terrificata dai ricordi taglienti che le facevano sgorgare sangue dall’anima macchiata da un amore mai vissuto, un amore senza tempo, senza inizio. Senza fine. Per quanto si sforzasse di serrare gli occhi, l’immagine di quel viso così banale e al contempo così tanto speciale era lì. Si ricordava ogni dettaglio, ogni singolo particolare. Come se l’avesse visto dieci minuti prima. E invece erano passati mesi da quando ci fece sesso l’ultima volta. Le mancava come l’aria, come la luna mancherebbe alle stelle, come il sole mancherebbe alle piante, come gli alberi mancherebbero alla foresta, come l’acqua mancherebbe al mare, come un figlio mancherebbe alla propria madre.
Suonò la sveglia. Un’altra notte insonne. Un’altra notte passata a piangere. Un’altra notte senza lui. Si fece una doccia fredda per svegliarsi, poi bevve un caffè, raccolse le sue cose e corse a prendere l’autobus che l’avrebbe portata al lavoro. La giornata volò via, senza senso, senza emozioni, priva di colori, di sorrisi. Vuota. E passarono altre cento, mille giornate come quella. Di giorno indossava una maschera con bel sorriso, i modi gentili, sempre pronta ad ascoltare le persone che la circondavano, sempre lì per chi aveva bisogno di aiuto, sempre disponibile, sempre pronta a dare consigli, sempre truccata come se dovesse partecipare ad una sfilata di moda, sempre vestita con attenzione. Di notte, quando si spogliava di maschere, trucchi e vestiti, restava nuda, completamente spoglia e in compagnia di quel maledetto senso di non aver vissuto. Quel vuoto enorme dentro al petto che sembrava divenire più grande ogni fottuto giorno. Si sentiva inadeguata, brutta, grassa, insignificante, stupida. Rifiutata. Si guardava allo specchio e declinava di credere che quel riflesso fosse davvero quello della propria immagine. Detestava pensare al fatto che quel dolore potesse logorarla al punto da non avere più alcun riguardo per se stessa.
Un giorno di gennaio, tornando a casa da una di quelle interminabili quanto inutili giornate lavorative, passate a parlare con gente della quale non aveva alcun interesse, in posti nei quali non voleva stare, a fare cose che non le andava di fare, decise di allungare la strada che l’avrebbe portata a casa. Voleva camminare, prendere aria. Dopo poco decise che non voleva affatto tornarci, a casa. Allora prese un sentiero che l’avrebbe portata in un punto dal quale oltre ad esserci una piccola panchina, c’era anche una vista spettacolare. Aveva bisogno di qualcosa di bello, qualcosa che le togliesse il fiato. Finalmente si sedette su quella panchina ed inspirò profondamente: l’aria era buona, pura, pulita. Mentre cercava di concentrarsi sul proprio respiro, sentì un rumore provenire da dietro le sue spalle. Sentiva una presenza, un’energia. Si voltò molto lentamente, e a pochi centimetri lo vide. Era lui. Il cuore batteva a mille, le mani cominciarono a tremare, a sudare freddo. Fece per parlare, ma la voce non le uscì. Prima ancora che lei potesse riprovarci lui la prese per mano e dolcemente si avvicinò a lei, senza parlare. Le prese il viso tra le mani e la baciò delicatamente, con quelle soffici labbra carnose. Poi si guardano intensamente e scoppiarono a piangere, si strinsero così forte che lei sentì il suo cuore battere forte, fortissimo. Tutti e due avevano avuto una vita difficile, delusioni, abusi… tanta sofferenza che in quel momento sembrava scorrere come un fiume in piena sulle loro guance. Erano così simili che rifiutavano l’idea di essere fatti per sopravvivere insieme a questa vita. Di spalleggiarsi, di sostenersi, di fare follie, di rendere la vita un po’ meno spigolosa, di stare in silenzio e capirsi con uno sguardo. Avevano cercato l’amore in mille altre persone, lei cercava il suo sguardo in tutti gli uomini che frequentava, lui cercava quella sensibilità in tutte le donne con le quali andava a letto. E nonostante lo negassero, nel profondo lo sapevano. Sapevano perfettamente che ciò che cercavano era esattamente la stessa cosa. Volevano essere compresi, volevano essere amati. Volevano al loro fianco qualcuno che fosse in grado di affrontare il loro passato senza chiedere, senza giudicare. Desideravano una persona da poter prendere per mano e volare via, finalmente una persona che non scappasse, che non li abbandonasse. Che non avesse paura di vivere.
Così cominciarono finalmente a parlare, parlare sul serio. Non erano più quei discorsi futili in cui lei faceva la finta stupida e lui il depravato esagerato. Tolsero maschere, filtri, tutto quanto. Arrivarono a casa e parlarono, parlarono e parlarono ancora su quel letto con le fodere nere. Si dissero tutto quello che avrebbero voluto dirsi da tanto tempo, quello che però non si erano mai detti per paura di abbassare quell’altissimo muro costruito per difesa, che ormai sembrava non potesse essere più abbattuto da nessuno. Poi fecero l’amore, quello vero. Non erano più quelle scopate da sfogo occasionale in cui lei voleva mostrarsi puttana e lui senza sentimenti. Le anime danzarono insieme, i corpi nudi avvinghiati, i gemiti, i sorrisi, gli orgasmi.
Quella fu la prima notte di tante, la prima volta di tutto. La prima volta in cui si conobbero per davvero. La prima volta che si aprirono, che si raccontarono tutto ciò che li aveva resi così insicuri. La prima volta che si videro con occhi diversi. La prima volta che mandarono a fare in culo tutto il resto del mondo. La prima volta in cui decisero di uscire mano nella mano da quella stanza fregandosene dei giudizi delle persone.
La prima volta che si scelsero.
Che scelsero di amarsi.

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