A tutto il personale medico

Caro infermiere, caro medico, caro assistente, cari impiegati delle pulizie,

quante vite avete salvato oggi? Quanto vomito avete dovuto pulire? Da quanto non dormite? Anche oggi non avete fatto in tempo a mangiare? E quante persone invece vi hanno urlato contro in preda a un attacco d’ira? Quante famiglie avete consolato? Quanti bambini avete fatto nascere? Quanto siete stanchi?
Quante persone sono riconoscenti del vostro lavoro e ve lo dicono esplicitamente? Questa lettera ho voluto dedicarla a voi, persone impiegate nell’ambito medico e che ogni giorno si svegliano e vanno al lavoro con l’intenzione di aiutare gli altri. Purtroppo mi trovo spesso in ospedale e sovente osservo ciò che mi circonda; ne rimango sempre molto affascinata perché io non sarei mai in grado di fare un lavoro così pesante, con così tante responsabilità, emozioni, stress e tutto ciò che non è scrutabile da un semplice paziente. E qui subentra un senso di gratitudine, di riconoscimento estremo. Proprio ieri ho passato l’intera giornata in ospedale e osservavo la faccia del neurologo che mi segue in questo momento. Aveva delle occhiaie che facevano paura, una cera grigia, le mani tremavano leggermente e si vedeva che aveva mille pensieri per la testa, diverse ore di sonno arretrato e diciassette caffè nello stomaco. Nonostante questo, in quel momento lui era lì. Per me. A leggere la mia cartella clinica, valutando il modo in cui procedere. In seguito, in pronto soccorso, mi hanno seguita dei giovanissimi “candidati medici”; oltre ad essere molto competenti, ho anche intuito una grande fatica, un grande sacrificio da parte loro per assimilare così tante informazioni, acquisire così tanto in così poco tempo. Sento spesso persone sostenere che per medici e infermieri siamo solamente un numero, una cartella clinica, un problema al quale trovare una soluzione. Io invece sono fermamente convinta che non sia così: credo di essere trattata come una persona. Ed è anche per questo motivo che mi chiedo che enormi fette di salame abbia la gente sugli occhi quando sento lamentele per l’attesa, o per il trattamento (secondo loro) non adeguato. Ieri ho atteso quasi due ore una dottoressa che doveva visitarmi alle dieci. Un’altra persona si sarebbe probabilmente alterata, ma io no. E sapete perché? Perché era il suo giorno libero. E lei, invece di delegarmi ad un altro medico, ha deciso di volermi vedere di persona con sole ventiquattro ore di preavviso. Se fossi davvero un semplice numero, non credo che la dottoressa avrebbe sacrificato un pomeriggio con la famiglia per occuparsi di me, non credo avrebbe fatto ore di macchina per raggiungermi, non credo proprio.
Provate a pensare ad un mondo ipotetico nel quale ci fosse nessuno disposto a lavorare in ambulanza, o a studiare più di dieci anni, o se a tutti facesse impressione il sangue, o se nessuno volesse lavorare di notte. Saremmo fregati. E invece eccovi lì, tra un reparto e l’altro, ognuno con il proprio compito, ognuno pronto a correre di qua e di là in caso di necessità a qualsiasi ora e qualsiasi giorno, ognuno che mette i bisogni degli altri prima dei propri. Ognuno con le proprie vite ma con l’interesse comune di aiutare le persone a stare meglio. Lo trovo affascinante. Una meravigliosa caratteristica che ci rende vivi. Quindi grazie, grazie davvero di cuore per tutto quello che ogni giorno fate.