Matrioska

Era un martedì di settembre. Un banalissimo martedì. Di un banalissimo settembre. Quelle giornate nelle quali senti che l’estate sta morendo ma c’è già profumo di autunno. Quindi prima di partire di casa ti tocca fare mille prove: canotta, felpa, giacchetta sciarpa. Troppo. Allora tralasci la felpa e poi finirai per morire di freddo. Oppure decidi di portarti la giacca e oltre a squagliarti dal caldo, ce l’avrai tra i piedi tutto il tempo. Fatto sta che quel giorno un’amica mi chiese di andare a comprare un po’ di vestiti con lei, e siccome noi donne di vestiti non ne abbiamo mai abbastanza, accettai. Dovevamo vederci nel nostro punto d’incontro. Quella piazzetta bruttina e triste con una fontana prosciugata al centro, che però logisticamente faceva comodo a entrambe. Ci misi un’eternità a prepararmi, era una di quelle giornate. Quelle giornate in cui ti senti brutta qualsiasi cosa tu faccia, qualsiasi trucco ti cosparga sulla faccia, qualsiasi profumo tu decida di metterti. Ovviamente in un ritardo allucinante, uscii di casa inciampando sull’ultimo gradino e facendo cadere il caffè che custodivo tra le mani quasi come fosse oro liquido. Improvvisamente una goccia sul naso. Pioveva pure. Perfetto. Allora ritornai in casa, non trovavo l’ombrello. Rivoltai il mio minuscolo appartamento come uno stomaco in preda a una gastroenterite e finalmente eccolo lì, il piccolo stronzo infame che si nascondeva in un cassetto che in realtà non era assolutamente adibito agli ombrelli. Esco di casa, e a passo di corsa mi immetto in una sorta di tempesta. Sentivo i capelli gonfiarsi alla velocità della luce. Mi squillò il cellulare, ma non riuscii a rispondere perché una mano era occupata a tenere l’ombrello, e l’altra a fumare una sigaretta. Continuava. Mi chiesi il motivo di tanta insistenza. Mentre camminavo freneticamente in un gomitolo di strade verso il punto di ritrovo, mi trovo dinnanzi a un bivio. Chiaramente sapevo benissimo da che parte dovevo andare, ma dentro di me percepivo un’energia strana. Qualcosa che mi diceva di fermarmi. Allora volsi lo sguardo verso la scalinata che si trovava alla mia destra e vidi qualcosa che provocò una sorta di orgasmo ai miei occhi. C’erano un’infinità di scalini, che si perdevano nel bosco. Una nebbia quasi magica, surreale. Per non parlare dell’acqua che scorreva fievole e allo stesso tempo energica giù per gli scalini. Il muschio infilato tra una pietra e l’altra del muretto che costeggiava la scalinata era talmente suggestivo che mi sembrava di sentirne pure l’odore. Ironicamente pensai che questa cosa di Instagram mi fosse davvero sfuggita di mano: ora il mio corpo aveva imparato ad avvisarmi tramite delle sensazioni dove avrei potuto scattare una foto che avrebbe preso tanti like? Mmh. Comunque sia, mi misi in una specie di posizione da funambola equilibrista con l’intenzione di recuperare il mio telefono da quella che più che essere una borsa era un secchio, senza far cadere l’ombrello.
Con un rumore che alle mie orecchie avrebbe sovrastato anche quello di un tuono, il mio telefono si buttò in caduta libera dalla mia borsa e cadde a terra. Lo schermo era più o meno frantumato quanto lo era il mio cuore, e per rendere l’idea ti assicuro che non ho mai azzeccato una metafora meglio di questa. Improvvisamente cominciai ad avere le vertigini, tutto iniziò a roteare sempre più veloce, sempre più caotico. E poi una scossa che dalla punta del mio alluce mi percorse tutto il corpo, cellula per cellula, fino a raggiungere la punta del naso. Era cambiato qualcosa. Mi abbassai, raccolsi il telefono e con forza lo lanciai in mezzo alla strada. Dopo pochi secondi fu ridotto in tante piccole briciole, praticamente non era nemmeno più riconoscibile. Poi mi guardai attorno. La pioggia era dannatamente bella. Chiusi l’ombrello e lo appoggiai sul muretto che avevo di fianco. Alzai lo sguardo verso il cielo e vidi milioni, miliardi di gocce che quelle dense nuvole nere scaricavano sulla città. Restai in quella posizione per un tempo indefinito. Forse alcuni secondi, forse diversi minuti. Sentivo il trucco che si scioglieva, il mio viso più leggero, i miei vestiti più pesanti, inzuppati d’acqua. Lasciai cadere la borsa a terra, che vomitò il suo interno sul marciapiede, come gli adolescenti fuori dalle discoteche. Quasi ipnotizzata cominciai a correre, raggiungendo la scalinata che poco prima mi aveva incantata. Il mio corpo sembrava non fare fatica; ogni scalino percorso mi sentivo più forte. Mi sentivo più libera. Non avevo idea di dove stessi andando, ma in quel momento non aveva alcuna importanza. Arrivai in mezzo ad un bosco, presi le ciocche più lunghe dei miei capelli e tirai forte, staccandomi le extension. Poi continuai a salire, salire, salire ancora. Ad un certo punto giunsi in una radura, e per quanto la mia mente fosse forte, il mio corpo non era allenato e quindi mi fermai perché non riuscivo praticamente a respirare. Mi accasciai ai piedi di un albero mastodontico e cominciai a piangere. Le lacrime scendevano  come ruscelli gonfi lungo le mie guance, i singhiozzi risuonavano in tutta la foresta. Presi a strapparmi quelle maledette unghie finte, con le quali non riuscivo nemmeno ad infilarmi un paio di jeans. Poi in preda alla disperazione lanciai un urlo. Non avevo mai urlato così forte. Era maledettamente liberatorio. Mi accorsi che aveva smesso di piovere, e di aver percorso un bel pezzo di strada. Mi trovavo a metà della montagna circa. Ancora con le lacrime agli occhi, guardai la città. Da qui sembrava così piccola… Così grigia, così buia, insignificante. Mi sfilai la giacca, che alla fine avevo deciso di prendere e la abbandonai su una sasso. Non mi serviva più. Ricominciai ad arrampicarmi sul gigante di roccia, sempre più veloce, sempre più determinata a raggiungere l’ignoto. Mi sembrava quasi di volare. Mi strappai la maglietta energicamente. I pensieri vorticavano nella mia testa, le emozioni mi travolgevano come valanghe. Nel frattempo, il cielo era diventato totalmente azzurro, e io cominciai a ridere di gusto. Ero come impazzita. Ridevo, urlavo, piangevo, correvo sempre più su.
All’improvviso, il paradiso. Dinnanzi a me un lago. Sì. Un lago color topazio. Quasi convinta che fosse un miraggio, presi a spogliarmi. Via il reggiseno. Via le stupide scarpe da duecento franchi. Mi sfilo i pantaloni. Nella foga cado a terra, mi sbuccio un ginocchio, ma non sento dolore. Sento il bisogno di liberarmi da tutti gli indumenti che indosso. Mi strappo le mutande di Victoria’s Secret che avevo comprato per quell’imbecille e corro verso il lago. Ci volevo fare l’amore. Il primo passo dentro l’acqua mi fece rabbrividire, era gelata. Questo però non mi fermò, mi buttai nell’acqua limpida. Dentro la Natura. Dentro me stessa. Abbandonai il mio corpo che galleggiava armonicamente sulla superficie del lago. Lavai via tutte le mie insicurezze, le paure, le energie negative, la malattia, gli abusi, lo stress, il dolore. Lasciai che fosse l’acqua a guidarmi. Mi sentivo pura, pulita. Niente e nessuno aveva alcun potere su di me. Ero forte. Ero energia. Ero amore. E poi arrivò. Un orgasmo potentissimo, l’apice del piacere allo stato più puro. Il mio corpo fremette, si inondò di un’energia esplosiva. Ero rinata. Ero finalmente io. Vera.
Aprii gli occhi di colpo, quasi mi fossi svegliata da un lungo sonno e lentamente mi portai verso riva. Lì mi lasciai cadere sul prato. Ancora non so se svenni o se mi addormentai, in entrami i casi rimasi inerme, avvolta da quel soffice prato per ore, fino a quando non aprii gli occhi lentamente. Non riuscivo a capire dove mi trovassi. Allora sollevai leggermente la testa e mi trovai faccia a faccia con una creatura spettacolare. Un cervo si era sdraiato accanto a me. Trattenevo il fiato, avevo paura che scappasse. Era incredibilmente bello. Non ne avevo mai visto uno da così vicino. L’impalcatura imponente, la pelliccia perfetta, il muso umido, gli occhi espressivi. Anche lui mi scrutava, mi analizzava. Lasciai che mi guardasse. Sapevo che non aveva paura di me. Avvicinai lentamente la mano e cominciai ad accarezzarlo dolcemente. Era morbido. Accogliente. Mi misi a sedere, per poterlo accarezzare meglio e mi resi conto che ero circondata da una ventina di altri cervi, tutti sdraiati nell’erba attorno a me. Mi commossi, ero esterrefatta. Non avevo mai vissuto niente di più bello in tutta la mia vita. Grazie.

 

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