Escape, 03.08.2020

 

Era venerdì sera. La gente esce, beve, si sballa, fa sesso e rientra a casa il mattino dopo come lobotomizzata; lavora tutta la settimana e schiaccia il tasto “ripeti”. Vivevo in una piccola cittadina, monotona, con gente ricca, noiosa, ottusa. Non fraintendermi, era splendida: il lago, la piazza, la parte vecchia, la biblioteca. Le persone ci vengono in vacanza; dovresti vedere quanta cazzo di gente stipata su solo autobus o quanti si spintonano per arrivare per primi a stuprare l’unico minuscolo supermercato, abituato ad accogliere più o meno tre vecchiette al giorno d’inverno. Io, come tutti, stavo cominciando ad amalgamarmi in questa brodaglia di persone asettiche: sveglia, caffè, lavoro, palestra, casa, dormire. Qualche volta un ragazzo, qualche volta un’uscita con un’amica. La vita mi stava scorrendo dinnanzi, la stavo trangugiando senza assaporarla. Invece di vivere stavo solamente cercando di sopravvivere. Ma sai qual era la cosa peggiore? La mia consapevolezza cominciava a svanire: stavo cominciando a diventare una di quelle persone che tanto criticavo, e senza nemmeno accorgermene. La mia preoccupazione maggiore era quella di voler dimagrire a tutti costi, avevo cominciato a parlare male alle spalle delle persone, ad essere falsa pur di piacere a tutti. Ad accrescere la mia autostima attraverso i social, attraverso complimenti di uomini che avrebbero messo incinta pure un albero. Ho cominciato ad ascoltare i pettegolezzi di cui ero protagonista, a prendermela per discorsi futili pronunciati da gente ignorante, a sprecare la mia preziosa energia per persone che in realtà non avrebbero nemmeno meritato il mio sorriso.
Ero seduta sul divano, avvolta come un baco da seta nell’asciugamano, il volto come un panda perché sono troppo pigra per struccarmi, a fissare il vuoto. Credo stessi aspettando un’illuminazione improvvisa che mi suggerisse come vestirmi. Un’altra uscita così, a caso. Stesso bar, stessa gente, stesso ambiente, stesso drink e stessi discorsi. Dopo un’ora e mezza a preparare la maschera che indosso ogni sera ero finalmente pronta; mi guardai allo specchio: ero soddisfatta di ciò che vedevo. Capelli lunghi e biondi, parecchio trucco, qualche centimetro in più d’altezza, qualche taglia in più di reggiseno ed eccomi qui. La Vera che tutti vedono, la Vera che le donne disprezzano e che gli uomini guardano. La serata fu una delle tante, nulla di speciale. Non avevo bevuto moltissimo, giusto qualche bicchiere per rendere le persone e i loro discorsi un po’ più interessanti. Parte la musica, tutti ballano quasi ipnotizzati dal dj che gridava parole a caso e noi seguivamo i suoi ordini, come robot. Mi guardo intorno e vedo coppie praticamente in procinto di accoppiarsi, vedo uomini con la bava alla bocca, vedo ragazze che probabilmente hanno le menti talmente offuscate dall’alcool che non sanno nemmeno più come si chiamano. Insomma, sempre le solite persone. Mi avvicino al bancone del bar e incrocio uno sguardo, non ci do molto peso e mi giro per chiedere un’altra birra al barista. Poi però una cosa magnetica, un’energia mai sentita prima mi fa voltare di nuovo, per incrociare quegli occhi, quella luce. Lui accenna un sorriso ed esce dal retro. Sentivo una cosa strana, una sorta di formicolio sulla punta della lingua, un brivido mi percorse la spina dorsale. In un millesimo di secondo le mie gambe cominciarono a muoversi nella sua direzione, anche se lui era già scomparso dietro la tenda. Chiamalo istinto, chiamalo non-so-cosa ma sentivo che dovevo seguirlo. Esco dal locale, lo cerco con lo sguardo ma non lo trovo. Il mio cuore comincia a battere, sempre più veloce. Le persone attorno a me sembrano svanire, volevo solamente trovare quel ragazzo misterioso. Mi affacciai dal terrazzo per scrutare nell’oscurità, quasi arresa. Forse avevo bevuto troppo, magari ero offuscata dall’alcool, che ne so. Nel momento in cui faccio per girarmi e andare via, una mano afferra la mia con decisione. Fermi tutti. Sobbalzai. Era lui. Prima di aprire bocca ci osservammo per qualche istante, che sembrò durare tipo venti minuti. Feci in tempo a fargli uno scanner completo. Poco più alto di me, sulla trentina, con due occhi profondi come l’oceano, capelli lunghi e scuri. Un braccio completamente tatuato, parecchi anelli sulle mani e una camicia molto particolare. Non l’avevo mai visto da queste parti, era molto, molto misterioso. Iniziammo subito a parlare e lui mi disse un sacco di cose interessanti, come per esempio che voleva andarsene dal locale. Decidemmo quindi di fare una passeggiata e guidati dalle nostre anime finimmo in riva al lago. Erano le tre del mattino, l’acqua scura e calma rifletteva la luce della grande luna che illuminava i lineamenti di quello sconosciuto che si trovava a pochi centimetri dal mio viso. I discorsi si fecero sempre più profondi, la nostra connessione sempre più forte. Ad un certo punto mi alzai in piedi. Okay, la testa mi girava abbastanza. Mi sembrava di stare su una giostra. Chissà, erano le emozioni oppure la birra? Si alzò pure lui. Io mi sfilai la maglietta, guardandolo con sfida. Ci spogliammo completamente, quasi sincronizzati e senza esitazione ci prendemmo per mano e cominciammo a correre verso il lago, per poi tuffarci ridendo come bambini. Spensierati, liberi, felici, un po’ brilli. Ad un certo punto mi avvicinai per spruzzargli l’acqua in faccia e lui si fece serio. Non mi dimenticherò mai quell’espressione. Mai in tutta la mia cazzo di vita. Si avvicinò e sfiorò le mie labbra, poi iniziò a baciarmi come mai nessuno aveva fatto. Le nostre anime cominciarono a danzare insieme come due fiamme, sospese in mezzo al lago, immerse nell’oscurità. Sentivo il suo corpo, sentivo il suo profumo, sentivo che da quella notte tutto sarebbe cambiato e non sarebbe mai più stato uguale. Lui mi prese in braccio e mi portò fuori dal lago, ridendo fece lo slalom tra i vestiti sparsi sulla riva e mi appoggiò delicatamente sul prato soffice. Si appoggiò sopra di me. Mi sentivo protetta, invincibile. Facemmo l’amore tutta la notte, e poi ci addormentammo l’uno di fianco all’altra, dimenticandoci del resto del mondo che si stava risvegliando con le prime luci dell’alba.
“Ei, voi due! Vestitevi cazzo!”, questo fu il risveglio romantico qualche ora dopo. Il custode del parco in cui ci eravamo infilati la sera prima ci sorprese nudi e addormentati ai piedi di un grande albero. In quattro secondi raccogliemmo i nostri vestiti e sempre mano nella mano corremmo ridendo verso una stretta stradina che portava verso casa mia. Ci fermammo dietro l’angolo, io solo con le mutande e la sua camicia, la testa appoggiata contro il muro, lui in boxer e a torso nudo. Mi preso il viso fra le grandi mani e sorrise, ancora ansimando per la corsa. Ci baciammo ancora, e ancora.
Arrivati a casa, feci una doccia e lui preparò un caffè. Ci fumammo una canna. Ci studiammo. Ci accarezzammo. Ci bastavamo.
Passammo la giornata intera tra baci, gelati, pizze, vino, sesso, libri, dipinti, risate, lenzuola, lacrime, racconti. Questa è vita. Questi sono i colori che non vedevo da tempo. Mi si accese qualcosa dentro. Ero assetata di avventura, affamata di pazzia. Avevo ritrovato me stessa. In un batter d’occhio era già mezzanotte e io stavo infilando delle cose a caso nella mia valigia. Qualche maglietta, un paio di vestitini, shampoo, spazzolino, costumi da bagno, rossetto, una foto della mia famiglia, un libro, la collana che mi regalò mia mamma qualche anno fa. Ci demmo appuntamento alle due del mattino in quella piccola stazione insignificante e mentre lui andò nel suo albergo a prendere l’enorme zaino con cui viaggiava da qualche mese a questa parte io prelevai tutti i soldi che avevo dal bancomat e me li infilai nel reggiseno. Poi scrissi un messaggio a mia mamma: “ti voglio bene, non preoccuparti per me, a presto” e buttai il telefono nella fontana davanti alla partenza dei treni. Finalmente arrivò a prendermi, e porgendomi la mano mi chiese “ti fidi di me?” e io risposi senza alcun indugio “portami con te”. Sapevo poco più che il suo nome e la sua età ed ero in macchina con lui, senza meta, senza telefono, pochissimi soldi e soprattutto senza maschere. Mentre ci allontanavamo da tutto quello che conoscevo, dalla mia cosiddetta confort zone, dalla mia famiglia, dai miei amici, da qualcosa di sicuro per andare verso l’ignoto mi sollevai dal sedile e alzando le braccia al cielo feci un urlo, con il quale buttai fuori tutta l’ansia, la tristezza, lo schifo che avevo passato in quegli anni. Avevo spiegato le ali, in quel preciso istante.
Dopo qualche ora di macchina, una delle cose che preferisco al mondo: l’alba. Eravamo quasi al confine con la Francia. I suoi capelli lunghi svolazzavano nell’aria, la luce arancione del primo sole riflessa sulla sua pelle, i suoi occhi parevano color nocciola con delle venature di miele. Era bello, bello da morire. Mi appoggiai sulla sua spalla e mi addormentai. Dopo qualche ora fui svegliata da un rumore come di traffico. Aprii lentamente gli occhi e vidi una città mastodontica. Vidi gente nuova, sentivo parlare in francese. Sentivo di appartenere a quel posto, anche se non avevo idea di dove fossimo. Nel momento in cui sto per aprire bocca per chiedere dove ci trovavamo vedo una specie di torre. Mi sfrego gli occhi. Porca puttana! Siamo a Parigi! Dopo quasi nove ore di macchina mi trovo in una realtà completamente differente, a novecento chilometri da casa. Con una persona che conosco da un giorno o poco più. Mi sentivo viva. Anche un po’ spaventata, ma viva.
Quando vidi il suo appartamento restai senza fiato. Una grande vasca da bagno piena d’acqua con dei petali di rosa che galleggiavano sulla superficie, due bicchieri di quello che doveva essere champagne appoggiate sul bordo. Ovunque io guardassi c’erano piante: palme, orchidee, rose, un vaso enorme con una specie di piccolo banano. Le vetrate immense, mobili bellissimi. Credo di non aver mai visto uno spazio così affascinante. Entro in camera, un letto a baldacchino con delle tende bianche, ne sposto una e vedo un vestito rosso lungo appoggiato su morbide lenzuola profumate. Mi sedetti sul letto, quasi con paura di sgualcire qualcosa; accarezzando il vestito dolcemente con la mano tremante mi guardo in giro: ci sono candele ovunque, il soffitto è dipinto come fosse un cielo, per terra granito bianco, immacolato. Ci prendemmo cura di noi, eravamo stanchi dal viaggio. Alcune ore dopo eravamo pronti per andare a cena in un ristorante chiamato Ledoyen, nel cuore degli Champs Elysées. Mi aspettavo una super macchina di lusso, e invece davanti all’entrata dell’appartamento c’è una moto che ci aspetta. Salgo dietro di lui e gli cingo le braccia attorno alla vita, il mio vestito rosso svolazza elegantemente scoprendomi le gambe, i capelli biondi danzano nel vento e il mio profumo invade le strade parigine. In quel momento mi resi conto che fu lui a salvarmi. A quest’ora probabilmente sarei stata ancora a pulire il pavimento di quella farmacia, con mille idea in testa ma nessuna realizzata, con mille amici falsi, persone invidiose, negative. Ma la vita è questa, viaggiare, crescere, vivere, buttarsi, amare, scoprire, inventare. Dopo un mese a Parigi ci trasferimmo a Bali per qualche settimana, poi New York, poi Roma, dove pubblicai il mio primo libro. È strano essere di nuovo qui, seduta in riva al mio lago, nella città che mi pare minuscola paragonata a tutte quelle che ho visto negli ultimi anni. Osservo le persone e mi rendo conto di essere stata molto fortunata, sono riuscita ad evadere da questa mentalità chiusa, dai comportamenti ostili delle persone, a lasciare andare la negatività e a realizzare i miei sogni. Sto scrivendo il secondo libro, ho vissuto in diciannove città diverse in due anni, so perfettamente sei lingue e accanto a me ho l’uomo della mia vita. E tutto questo l’ho capito dal primo sguardo, in quella discoteca. Quindi cogli l’attimo, non ascoltare la gente invidiosa che cerca di frenarti: tu sai chi sei e quanto vali. Abbiamo tutti le ali, dobbiamo solo imparare a volare. Apri la mente, apri il cuore e lasciati andare in questa meravogliosa vita piena di sorprese.

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