Carbone e neve

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Mi sono sempre chiesta come sia possibile che in un corpo coesistano due personalità così diverse, come sia possibile che una delle due possa prendere il sopravvento sull’altra in qualsiasi momento. Cazzo, oltre alle sedute interminabili dall’analista, avevo anche frequentato quattro lunghi semestri presso la facoltà di psicologia di un’università nella Svizzera francese, ma niente. Non me lo so proprio spiegare. Bé, in fondo non so quanto io abbia realmente appreso, poiché studiavo in tedesco e francese e in quel periodo la mia mente vagava in chissà quale mondo. L’appartamento che pareva una discarica, le biblioteche affascinanti, le giornate passate a far l’amore, l’ansia per gli esami, un gattino adottato, una coinquilina che dopo mesi d’indifferenza divenne la mia migliora amica, il parco delle merende, le figure di merda parlando in francese, le volte che mi persi nelle viuzze della città. Tutto questo fa parte di un capitolo ormai chiuso, ma che ricordo come fosse ieri. Forse non proprio ieri, facciamo sabato scorso. Ecco, divago sempre. Tornando a noi, vi spiego meglio perché così potrei sembrare una persona con disturbi mentali (che tra l’altro sono). A partire dalla mia adolescenza, è cresciuto con me questo dissidio interiore, che ad un certo punto non era poi così interiore. Divenne visibile agli occhi di tutti, anche se durante i primi anni prevaleva solamente una di queste due parti che sembrava quindi essere la mia vera personalità: ribelle, anarchica, arrogante, provocatoria, superficiale. Mi piaceva, perché fin da piccola ero sempre stata una bambina dolcissima, che si comportava bene, che amava gli animali, che giocava ore e ore da sola senza mai chiedere niente a nessuno. Ero sempre in disparte, quella considerata intelligente, la sfigata, quella bruttina, quella troppo magra. Immaginati ora passare da questa situazione ad un’altra, nella quale sei una regina, sei la cattiva. Piena di attenzioni, di apprezzamenti per quella magrezza che era diventata una moda, con una sigaretta e una birra in mano ti sentivi grande, forte. Imbattibile.
Poi però, all’improvviso, accadde un fatto nella mi vita che mi segnò davvero tanto, un po’ come quando ci si ferisce e ci rimane una grossa cicatrice, indelebile. Una diagnosi. Una brutta malattia, perlopiù cronica e invalidante. La mia mente da quindicenne tutta feste, ragazzi, motorini e Malboro rosse dovette crescere molto, molto velocemente. In poco tempo divenni un’adulta. Dovevo pensare alle terapie, al mio futuro, a non lasciare andare tutto, ad essere forte. Da quel momento in poi, cominciai a pensare. Pensare tantissimo. Mi mancava la mia purezza. Mi ricordo di quel giorno in ospedale quando mi guardai allo specchio e quello che vidi mi fece vomitare: una ragazza denutrita, truccata come una bambolina, i capelli tinti, i vestiti scelti meglio di come mi sceglievo gli amici. Sembravo vecchia, consumata. Fu come risvegliarsi da un sogno, mi chiesi dove fosse la vera Vera. In quel preciso istante qualcosa cambiò in me e da allora, coesistono due personalità in me, che per facilità d’ora in poi definirò quella “bianca” e quella “nera”.

 

 

FINE PRIMA PARTE

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