L’Uovo (parte seconda)

Entro in quello squallido appartamento e mi siedo sul divano che un tempo era beige, ora sembrerebbe quasi leopardato: ci sono macchie di cibo, di birra, forse anche di sperma, qualche buco fatto dalle sigarette che fumo quando sono troppo ubriaco. Il mio sguardo scruta ciò che mi circonda: un quadro appeso storto alla parete, un tappeto di lattine di birra, altre bottiglie usate come posacenere, pacchetti di sigarette che fanno capolino manco fossero uova di Pasqua, i muri ingialliti dal fumo e un paio di vestiti spalmati sul pavimento. Lancio uno sguardo quasi imbarazzato all’Uovo: mi sento in colpa ad aver portato un ospite in questo putrido pezzo d’inferno. In fondo erano anni che nessuno veniva a farmi visita. Anzi, in realtà fatta eccezione per A., la puttana che ormai non posso più permettermi, nessuno è mai venuto a trovarmi. Che tristezza. La vergogna amalgamata con l’imbarazzo mi porta a prendere un grande sacco nero e cominciare a buttarci dentro tutto quello che mi si para davanti: in fondo, era tutta spazzatura. Andando a caccia di rifiuti, trovo uno spruzzino con la scritta “Pulibrilla, sgrassa e disinfetta”, con il quale decido di annaffiare generosamente tutte le superfici del tugurio e strofinare queste ultime con una vecchia maglietta azzurra. Spalanco le due piccole finestrelle e quel piccolo monolocale sembra ringraziarmi: finalmente ossigeno, finalmente si respira. Raccolgo tutti i vestiti e li metto in un sacchetto, che in seguito porterò in una lavanderia comune in via Franco terzo, dove sono andato per l’ultima volta qualche mese fa. Dopo un tempo indefinito a fare la casalinga con un disturbo ossessivo- compulsivo per la pulizia mi guardo attorno: l’appartamento sembra rinato, davvero! Mi stavo quasi dimenticando del mio ospite, l’Uovo se ne stava immobile sul divano, proprio dove l’avevo lasciato. “È ovvio che sia stato fermo, dove vuoi che vada un uovo?” penso tra me e me, mettendomi una mano sulla fronte sudata. Cazzo, avevo proprio fatto fatica: ma come fanno le donne tutte perfettamente curate, con quegli artigli e le minigonne a fare tutto questo e in più cucinare, fare la spesa e occuparsi dei figli? Da non credere. L’ho sempre detto che le donne sono aliene. Sistemo una coperta a forma di ciambella attorno all’Uovo, penso che magari potrebbe avere freddo e ora ho una responsabilità: non posso più pensare solamente a me stesso. Mi siedo con molta attenzione vicino al mio piccolo ospite e cerco di immaginarmi che essere stia crescendo dentro quel guscio; un serpente forse? Un criceto? Un dinosauro? Una tigre? I due neuroni superstiti si rincorrono nel mio cervello, non ricordo nemmeno più la distinzione tra mammiferi e gli altri. Imbarazzante. Un tempo ero appassionato di animali, quando aiutavo il mio vecchio allo zoo. Senza pensarci troppo prendo la giacca ed esco di corsa, scendo gli scalini a due a due rischiando di grattugiarmi le mani contro i muri una decina di volte. Arrivo finalmente in quella strada che ormai conoscevo molto bene, ma che in realtà non avevo mai osservato con tanta attenzione come oggi: dei bellissimi alberi fioriti costeggiano la via da entrambi i lati, i bar che fino all’altro giorno consideravo una sorta di estensione del mio squallido appartamento oggi sono pieni di giovani, che si divertono seduti su quei tavolini pieni di birra e stuzzichini. Mi soffermo in particolare sul locale dal quale mi avevano fatto portare via lo scorso fine settimana perché stavo vomitando a mo’ di idrante sul bancone, sporcando anche la camicetta bianca perfettamente stirata di una gentile signorina mora che piangeva sorseggiando del wisky. Mi rendo conto che l’interno è arredato in modo molto allegro, pieno di colori, fiori, quadri, gente che si diverte e… il mio cuore si blocca. Una ragazza con un sorriso accecante, un caschetto nero, labbra rosse ciliegia e un piccolo naso all’insù esce sulla terrazza con un vassoio in mano. Credo di non aver mai visto una ragazza così fottutamente bella in tutta la mia vita. Lei rivolge lo sguardo verso di me. Strizzo gli occhi, mi sembra molto improbabile che guardi proprio me. E invece no, ora si sta avvicinando con passo deciso. Il mio cuore pare un martello pneumatico. “Non puoi più entrare qui, ubriacone! E vattene cazzo!” mi urla contro. Sbianco, mi giro e scappo via. Sono molto imbarazzato, quasi come quando ne molli una rumorosa in pubblico e poi vedi la faccia schifata della gente che deve sorbirsi il tuo gas- spazzatura. Ho corso pochi metri e mi sembra quasi di aver perso un polmone per strada: Dio, non respiro più. Mi fermo con le mani appoggiate alle ginocchia e faccio mente locale: cosa ero uscito a fare? Cavoli, allora è proprio vero che l’alcool fotte la memoria a breve termine. Ma subito dopo un’illuminazione: vedo la biblioteca alla fine del viale in cui mi trovo, quella vicino al Kebab. Entro. Mi sento tutti gli occhi puntati addosso, manco fossi una biondina ventenne con le cosce scoperte. Me ne frego. Vago con uno sguardo perso leggendo qualche titolo di quei libri polverosi su scaffali appiccicosi alla ricerca di uno che mi potesse dare delle risposte sul mio Uovo. Decido di farmi aiutare da quel ciccione che sembrava quasi fuso su quella povera sedia sfondata. Trovo un paio di libri che apparentemente fanno al caso mio e me li porto a casa, impaziente di leggerli. Salendo le scale mi rendo conto che non bevo da più di ventiquattro ore, incredibile! Provo a bere un bicchiere d’acqua, che schifo. Non sa di niente. Però penso che devo tenere i pochi soldi per sopravvivere fino a quando non troverò un nuovo lavoro. Appoggiando i libri sul tavolo urto un pacchetto di sigarette mezzo vuoto ma decido di non fumare: in pratica è come se io fossi incinto quindi per il bene della creaturina, niente di nocivo.
Mi sdraio sul divano stringendo con delicatezza l’Uovo a me, e comincio a sfogliare il libro che mi ispirava di più (giudicato e scelto dalla copertina, ovviamente). Sono così assorto che sussulto nel momento in cui sento un rumore particolare che proviene proprio dal groviglio di coperte attorno all’essere. Controllo la superficie leggermente ruvida dell’Uovo e mi accorgo di una minuscola crepa. Avvicino lo sguardo, trattengo il respiro. Una goccia di un liquido colloso e giallo cola lentamente lungo il guscio. Voglio saperne di più; avvicino il naso per annusarlo… è miele!

FINE SECONDA PARTE

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