L’Uovo

Un’altra giornata monotona della mia vita: sveglia, caffè, lavoro, caffè, cibo, lavoro, casa, letto. Tutto questo splendido programma accompagnato da una quantità mastodontica di nicotina e la voglia di vivere di un bradipo con diagnosi di depressione grave cronica.
Cinque e trenta, sabato nonsocosa ottobre duemiladodici. Mi sveglio, mi alzo e vado in bagno. Mi osservo in piedi dinanzi a quel piccolo specchio sporco, decorato con qualche spruzzo di dentifricio che risale a qualche mese fa, l’ultima volta che ricordo di aver lavato i denti. Mi focalizzo sulla mia pelle cadente- ho sentito dire che il responsabile di questa sorta di budino che mi ricopre il viso è il fumo, mah. I miei denti non tendono al giallo, sono gialli. Mi puzza l’alito. Infilo rapidamente la tuta grigia da lavoro, puzza. Dovrei radermi la barba. Prendo il rasoio in mano per poi subito lasciarlo: afferro una sigaretta dal pacchetto semivuoto lasciato sul lavandino la sera prima. La accendo ed esco dall’appartamento grande come la cella frigorifera di un ristorante nemmeno stellato e con un odore pestilenziale simile a quello che ti soffoca nei servizi pubblici abbandonati, quelli in cui il pavimento è coperto da liquidi (per fortuna) non ben definibili. Afferro il pomello gelido della porta d’ingresso e affogo nella nebbia che sembra stringermi le budella come un corpetto. Pensando a quest’ultimo mi torna in mente il porno che ho guardato ieri sera, chiuso nel cesso più lurido di tutta Italia. La mia mente divaga, cercando di ricordare le posizioni che era in grado di fare quella rossa incredibile con delle labbra da fare invidia alla Blasi. Sento qualcosa che si irrigidisce nei pantaloni, così ritorno sul pianeta terra e mi rendo conto che sono immobile davanti al portone arrugginito del mio palazzo. Controllo l’orologio, il mio treno è partito in questo momento dalla stazione che dista dieci minuti a piedi. Mi rassegno e mi incammino verso la lurida, vecchia fabbrica puzzolente nella quale vengo sfruttato da ormai trentadue anni. Il cielo decide gentilmente di scaricarmi addosso un acquazzone che mi bagna manco fossi una quindicenne in calore. Il mio sguardo si abbassa per cercare di schivare le pozzanghere ma mi rendo conto di non riuscire a scorgere nemmeno le mie scarpe rattoppate: la mia pancia pare una mongolfiera. Merda, sono ingrassato ancora. Dovrei mangiare meno? Dovrei muovermi di più? Afferro il panino al prosciutto che abita nella mia tasca da qualche giorno e lo addento, fa veramente schifo. Smetto di prestare attenzione a dove poggio i miei piedi- è faticoso fare più di una cosa insieme- ovviamente prendo in pieno tutte le pozze che incontro. Sono intriso d’acqua fino alle ossa.
Mi sono dimenticato di pisciare questa mattina, la mia vescia non ha ormai più vent’anni. Decido di fare una deviazione ed infilarmi in un piccolo quanto denso boschetto che costeggia la strada sterrata che porta fino al postaccio. Mentre apro la zip penso al fatto di essere fortunato ad avere il pene: le donne devono fare tutte quelle posizioni strane per riuscire a non pisciare senza farsela su un piede, o sui pantaloni. Mentre faccio queste profonde riflessioni, la mia urina densa e maleodorante innaffia una povera pianta indifesa e io scruto ciò che mi circonda: una lattina di Coca zero, un preservativo probabilmente usato, un torsolo di mela in via di decomposizione, un grande sasso grigiastro che fa capolino dalla vegetazione. Ha vagamente la forma di un uovo, strizzo gli occhi. È un uovo. Un gigantesco uovo, grande più o meno come la mia pancia da cinquantenne bevitore di birra. Mi avvicino in modo felino, ho paura di poterlo rompere anche solo con lo sguardo. Sono indeciso: lo tocco? In fondo non può mordermi. Sembro affetto da Parkinson mentre avvicino la mano al guscio liscio e perfetto, tremo così tanto che quasi non riesco a scostare bene le piante che sembravano non lasciarmi toccare l’uovo. Una scintilla di curiosità si accende dentro di me: voglio sapere, vedere. Lo sollevo con fatica e lo infilo delicatamente tra la giacca zuppa e la mia pancia. Decido di non presentarmi al lavoro, pochi minuti dopo suona il cellulare: è il capo. Sono licenziato. Non ci penso più di quel tanto, anzi in realtà nemmeno un secondo e lancio uno sguardo quasi d’intesa all’Uovo. Al mio Uovo.

FINE PRIMA PARTE

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